mercoledì 29 ottobre 2008

Accendete la luce perfavore... piccolo sfogo fuori programma

Nella giornata di ieri, respinto ogni emendamento dell’opposizione al decreto Gelmini. Sotto Palazzo Madama rimane un centinaio di studenti, il cui sit-in si conclude solo per la pioggia ormai incessante. Oggi alle 9.00 si prevede il voto al Senato: se approvato il decreto diventa Legge.

Domani, giovedì, 9 treni speciali, 1.000 pullman, nonchè manifestanti ‘fai da te’. Non mancheranno anche i tre rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil: Epifani, Bonanni e Angeletti.

Possibile che questa sia solo una manovra della sinistra? Possibile che quel che sappiamo sul decreto siano solo una serie di “menzogne”? E allora, di grazia, perchè non illustrarci i punti ancora oscuri…perchè non cercano di far luce sulle confuse menti? Oppure la situazione è proprio questa: l’Università non ha fondi, si trasforma in fondazione privata, io Esimio Prof. Cav. corrispondo una magnanima e filantropica donazione all’Università, (tanto è esente da tassazione!) dove caso vuole, studi mio figlio… quindi, cari i miei professori…capite bene che vi pago lo stipendio, non vorrete mica sognarvi di non insegnare come si deve o addirittura di bocciare il mio pargolo, vero?…

Chi arranca ad arrivare a fine mese, per tipologia di lavoro o per la “flessibilità” che oggi lo caratterizza, e dovesse sentirsi dire “papa’!..voglio andare all’università”… dovrà rispondere al proprio figlio…” Figlio mio, queste son cose per ricchi, accetta il tuo status sociale, noi siamo dall’altra parte”…

Non so voi, a me sembra di tornare nel passato…

Da studentessa universitaria, vi posso dire che non sono del tutto contraria ai tagli, l’Università ha bisogno urgente di una riforma, perchè purtroppo c’è troppa gente a cui viene corrisposto uno stipendio e non lavora, chi invece, pur lavorando, non intasca un €!!! Le ultime due riforme poi, hanno solo causato caos e moltiplicazione dei corsi di Laurea, quello cioè di cui tanto si lamentano, e che han creato loro, i signori di turno al governo!!! non di certo l’Università…

Occorre effettuare una Riforma seria, ponderata, e a lungo termine ( non che ogni governo debba modificare a suo piacimento), gestire meglio i fondi, MA NON TOCCARE IL DIRITTO ALLO STUDIO DEI MENO ABBIENTI, è un sacrilegio! Ma la Costituzione qualcuno se la legge ogni tanto? IL DIRITTO ALLO STUDIO NON SI DEVE TOCCARE…volete riformare l’Università..bene, ma invece di scriverci “… posibilità di tramutarsi in fondazione privata..” ( possibilità che in realtà senza fondi diventerà necessità di sopravvivenza), dite come intendete tutelare gli studenti!!! Qui tutti dimenticano che l’Università è degli Studenti! Come si gestirà la situazione di una retta troppo alta per uno studente meritevole ma non abbiente ? Qualcuno ce lo dice?

Solo un’ultimo accenno alla situazione della scuola: non ho informazioni dettagliata, ma posso dirvi che ho felicemente frequentato le elementari con 3 maestre, più l’insegnante di religione, a quei tempi purtroppo inglese e informatica ancora non erano previste…beh, mi volete dire perchè, soprattutto al giorno d’oggi, un bambino dovrebbe trovarsi bene con un maestro prevalente? e questo maestro prevalente cosa fa? è multitasking? passa dalla matematica alla storia alle scienze come nulla fosse? cos’è, insegna anche inglese?? ah no, mi dicono, inglese viene assegnato ad un altro insegnante..

vogliono ridurre l’orario…e se mi riduci l’orario, io mamma, come faccio a correre ogni giorno alle 12.30 a prendere mio figlio che sono a lavoro? perchè non lasciate il tempo pieno??…ah no, si correggono, il tempo pieno rimane, noi infatti mica licenziamo, ma spostiamo gli altri insegnanti nella fascia pomeridiana…

eeeeeh??? ho capito bene? ma se dite che l’orario si accorcia, poi, no no!, c’è anche il tempo pieno e ci mettiamo gli insegnanti che non saranno prevalenti…fatemi capire…ma che cavolo state facendo??? allora lasciate tutto cosi’ com’è no?? gli stipendi a quegli insegnanti devi corrisponderli comunque se non li licenzi! e se ora c’è già il pomeridiano e dite di non volerlo togliere…ma perchè disorganizzare l’orario attuale?? proprio il sistema che permette a quei bambini di apprendere nozioni appartenenti a più discipline in modo graduale.

.. Quando avrete le idee più chiare fateci sapere qualcosa..

sabato 11 ottobre 2008

Mr. Coleman


"Mr. Coleman", ovvero il sociologo James Coleman, ha dato un chiaro e utile contributo alla definizione di
Capitale Sociale. Il concetto in realtà trova origine già nel 1920, grazie ad un saggio realizzato ad opera della riformatrice scolastica americana Lyda Hanifan, in cui la stessa sosteneva che questa tipologia di Capitale trova riferimento nei beni tangibili che più d'ogni altro hanno valore nella vita di una persona. Si tratta cioè di valori quali la solidarietà, i rapporti sociali, l'essere parte di un'organizzazione.


Glenn Loury, nel 1977, farà uso del concetto di Capitale Sociale, come strumento utile ad analizzare la disuguaglianza che si può riscontrare al riguardo dell'aspetto quantitativo di uno stipendio, a seconda che quest'ultimo sia destinato ad un soggetto appartenente ad una razza piuttosto che ad un'altra; quanto ne scaturisce sarà fonte di critica personale verso le discriminazioni poste in essere dai datori di lavoro e verso la mancanza di azioni programmatiche produttive finalizzate all'eliminazione di tali politiche.

Loury sottolinea altresì come "Nessuno percorra la strada in completa solitudine. é il contesto sociale in cui avviene la maturazione dell'individuo a condizionare ciò che individui con la medesima competenza possono ottenere".



E' qui che si pone l'intervento di James Coleman; il sociologo fa uso del concetto di Capitale Sociale per dar sviluppo alla sua teoria fondata sì sulla razionalità dell'essere umano, ma distante da quanto sostenuto dalla teoria economica classica, che fu prettamente una teoria individualistica.

Aspetto fondamentale alla base della stessa nascita e formazione del Capitale Sociale, è l'esistenza e l'attivazione di Relazioni. Non può esservi Capitale Sociale senza Relazione, ovvero senza quei comportamenti attivati al fine di ottenere un medesimo obiettivo o risultato.

Tra le diverse forme che il Capitale Sociale può assumere, di notevole riguardo è il Credit Slip. E' un concetto che il sociologo applica nel contesto ristretto della struttura familiare, ma che è facilmente estensibile all'intera società. Il Credit Slip è definibile, nella sua originaria accezione, come il controllo esercitato dal capofamiglia sullo stesso capitale sociale ed in contemporanea, l'interesse di ciascun componente familiare al che lo stesso venga attivato, ogni componente è quindi in condizione di poter esigere un credito. In virtù di questo, si rileva specularmente la formazione di un' Obbligazione Sociale: il debitore sociale si sente quindi in dovere, non in obbligo, di " ricambiare il favore ricevuto", a patto che alla base del rapporto sociale vi sia una cementata fiducia, la stessa fiducia che funge non solo da corroborante della relazione, ma anche da "enzima" per l'attivazione di ulteriori rapporti che porteranno alla nascita di un Sistema.



Coleman, J. (1988), Social Capital in the Creation of Human Capital.
Hanifan, Lyda J. (1916), ‘The rural school community center’

giovedì 3 luglio 2008

La Durata Media del Ciclo del Circolante



Gli indicatori di velocità del Capitale Circolante Netto, forniscono, come prima informazione, la durata media del ciclo del circolante, dove per durata media si intende il tempo, espresso in giorni, che mediamente trascorre tra il momento del pagamento ai fornitori dei fattori produttivi correnti ed il momento dell’incasso dai clienti dei ricavi inerenti le vendite o prestazioni cedute.

Per procedere con il calcolo di tale indicatore, occorre specificare i momenti rilevanti sotto il profilo economico e finanziario.

I momenti di rilevanza economica sono quelli relativi all’esecuzione delle prestazioni relative all’acquisto di beni e servizi; quelli di rilevanza finanziaria sono di regolamento monetario di acquisto e vendita; qualora sussistessero dilazioni di pagamento, tali momenti verrebbero a coincidere cpn il pagamento dei debiti verso fornitori e con l’incsso dei crediti verso clienti.

Le distanze che intercorrono tra i momenti rilevanti corrispondono agli indici di velocità del circolante espressi in giorni:

  • tempo medio di giacenza delle scorte (tempo che intercorre tra l’acquisto e la vendita)
  • tempo medio di incasso dei crediti verso clienti ( tempo che intercorre tra vendita e incasso)
  • tempo medio di pagamento dei debiti verso fornitori (tempo che intercorre tra acquisto e pagamento)

la durata media del ciclo del circolante è quindi pari alla somma algebrica tra:

    1. tempo medio di giacenza delle scorte
    2. tempo medio di incasso dei crediti verso clienti
    3. tempo medio di pagamento verso fornitori

ovvero, come accennato in precedenza,

il tempo medio che intercorre dal pagamento ai fornitori all’incasso dei clienti; può essere espresso secondo la sottostante formula:

gg ciclo del circolante = (gg scorte + gg clienti) – gg fornitori

durata media del ciclo del circolante significa lunghezza del periodo di fabbisogno finanziario relativo allo svolgimento dei cicli gestionali correnti, quindi, più lungo è tale ciclo, maggiore sarà il fabbisogno di capitale e più elevate le fonti di copertura, generalmente rappresentate da debiti finanziari a breve quali conti correnti bancari passivi o indebitamento tramite anticipazione dei crediti.


Quando la durata del ciclo del circolante è quindi troppo lunga, si associano problemi di liquidità, e se, reperire fonti finanziarie diventa gravoso, la lunghezza del ciclo sarà ovviamente insostenibile. Una riduzione del ciclo del circolante determina la liberazione di risorse finanziarie con conseguente riduzione dell’indebitamento a breve e riequilibrio della situazione finanziaria. Sovente, al fine di ridurre il ciclo del circolante, si allungano i tempi di pagamento dei fornitori, con sostituzione dei debiti finanziari con i debiti commerciali.

La durata media del ciclo del circolante è correlata al potere contrattuale dell’azienda; le aziende di maggiori dimensioni riescono ad avere dei cicli di circolante di misura ridotta,

  • costringendo i fornitori a tempi di consegna molto brevi, sino addirittura al just in time e clienti a tempi di ordinazione molto lunghi, con riduzione dei tempi di giacenza delle scorte
  • pattuendo con i clienti tempi di pagamento brevi e con i fornitori tempi di pagamento lunghi

La durata media del circolante è quindi legata alla struttura e alle prassi commerciali esistenti nei singoli settori, per cui non è corretto individuare valori soglia o valori ottimali che verifichino se la situazione è determinabile come soddisfacente o meno. Alcuni settori, come nel caso delle costruzioni o delle commesse pluriennali, hanno cicli del circolante lunghi ( dati i processi produttivi lunghi), che comportano un ostacolo al mantenimento dell’equilibrio finanziario di breve termine.

Per le aziende di grandi dimensioni, è fisiologico avere dei cicli del circolante negativi, avendo talvolta cicli del circolante perfino minori di zero, quando il pagamento ai fornitori avviene solo successivamente all’incasso dai clienti. In tal caso è ovvio si generi un’eccedenza di liquidità più elevata quanto maggiore è la distanza tra incasso e successivo pagamento ai fornitori.

Un esempio di tali settori è la Grande Distribuzione Organizzata che può pagare perfino dopo 120-180 giorni dalla consegna.



mercoledì 2 luglio 2008

Gli Indici di Rotazione


Come in precedenza accennato, gli indici sia di disponibilità che di tesoreria, permettono una comprensione solo parziale della situazione finanziaria di breve periodo, confrontando attivo circolante con il passivo corrente, ma non indagano il succedersi dei flussi generati da quei valori all’interno dell’orizzonte temporale breve e non considerano gli effetti della gestione ulteriore, ovvero di quella posteriore alla data di riferimento del bilancio.

L’utilizzo degli indici di rotazione del bilancio, consente di ovviare a tali limiti, analizzando la velocità di rotazione delle classi di valori dell’attivo circolante e del passivo corrente, ovvero l’analisi della velocità di rinnovo delle classi di valori del Capitale Circolante Netto Operativo. Questo procedimento consente di indagare il succedersi dei flussi finanziari legati ai cicli gestionali correnti di acquisto- trasformazione-vendita. Quando l’incasso derivante dalle vendite avviene in periodo posteriore al pagamento dei fattori produttivi correnti, si genera un fabbisogno finanziario, che deve essere coperto al fine di garantire la solvibilità a breve. Una situazione favorevole si verifica invece nella situazione in cui l’incasso delle vendite precede il pagamento degli acquisti correnti, comportando una generazione di liquidità e favorendo il mantenimento dell’equilibrio della gestione.

In riferimento ad un’azienda di tipo commerciale, il pagamento dei costi per l’acquisizione dei fattori produttivi interverrà solo dopo il periodo di dilazione concesso dai fornitori, mentre l’incasso dei ricavi delle vendite solo dopo il periodo di giacenza delle scorte e il periodo di dilazione concesso ai clienti.

Per poter analizzare i tempi dei flussi finanziari legati ai cicli gestionali correnti, è essenziale calcolare:

  • i tempi di giacenza delle rimanenze
  • i tempi di incasso dei crediti commerciali
  • i tempi di pagamento dei debiti commerciali

I tempi di liquidità delle attività finanziarie a breve e dei debiti finanziari a breve, non sono oggetto d’analisi, perché sono risultante indiretta degli effetti finanziari dei cicli gestionali, non si rinnovano direttamente tramite questi.

Tecnicamente, la velocità di rinnovo delle singole classi di valori del capitale circolante netto operativo, è osservabile in termini di:

  • intensità di rotazione
  • tempo medio di rinnovo

L’intensità di rotazione esprime quante volte lo stock di valori si rinnova per effetto della gestione nel corso di un esercizio; il tempo medio di rinnovo esprime il tempo medio impiegato dallo stock per rinnovarsi conseguentemente ai cicli gestionali; gli indici relativi sono elencati nella tabella che segue.

INDICI DI VELOCITà DELLE RIMANENZE

Indice di Rotazione delle Scorte

Rotscorte = V/M

(vendite/ valore del magazzino)

Tempo medio di giacenza delle scorte

Ggscorte = (M/V) * 365

Indice di Rotazione delle Rimanenze di materie prime

Rotscortemp = Cmp/Mmp

Cmp= consumi di materie prime

Mmp= valore delle materie prime a fine ex

Tempo medio di giacenza delle scorte di materia prima

Ggscortemp = (Mmp/Cmp)*365

Indice di Rotazione dei Semilavorati

Rotscortesl= CPOsl/Msl

CPOsl= costo produzione ottenuta allo stadio dei semilavorati

Msl= valore delle rimanenze e dei semilavorati in corso di lavorazione a fine ex

Tempo medio di giacenza delle scorte di semilavorati

Ggscortesl = (Msl/CPOsl)*365

Indice di rotazione dei prodotti finiti

Rotscortepf = CPVpf/Mpf

CPVpf= costo della produzione ottenuta

Mpf= valore delle rimanenze prodotti finiti a fine ex

Tempo medio di giacenza delle scorte di prodotti finiti

Ggscortepf= (Mpf/CPVpf)*365

Tempo medio complessivo di giacenza delle scorte

W.I.P

INDICI DI VELOCITà DEI CREDITI E DEI DEBITI

Indice di rotazione dei crediti commerciali

Rotcrediti= V/Ccl

V= vendite

Ccl= crediti verso clienti iscritte in bilancio

Tempo medio di Incasso dei crediti verso clienti

Ggcrediti= Ccl/V*365

Indice di rotazione dei debiti commerciali

Rotdebiti= A/Dfor

A= acquisti di beni e servizi

Dfor= debiti verso fornitori iscritti in bilancio

Tempo medio di pagamento dei debiti verso fornitori

Ggdebiti= (Dfor/A)*365


martedì 1 luglio 2008

Analizzare la Liquidità: i limiti degli indici


Gli indici di disponibilità e tesoreria non sempre, anche con valore positivo, forniscono un’informazione da interpretarsi come favorevole.

Nel caso in cui il margine di tesoreria risulta essere positivo, questo rileva un’eccedenza di liquidità al termine del periodo, ma non è detto che tale liquidità sussista durante il periodo stesso, per due ordini di ragioni:

  • le entrate possono non essere in fase con le uscite
  • può esservi una gestione ulteriore tale da disturbare la liquidità preesistente.

Si pensi al caso in cui tutte le passività correnti abbiano scadenza anteriore alle liquidità differite. In questa situazione si verifica una crisi di liquidità, non essendo possibile pagare i debiti con le liquidità suddette; per tale ragione, dovesse esservi disarmonia tra le scadenze dei crediti e quelle dei debiti, un margine di tesoreria positivo non garantisce la liquidità nel breve termine.

Può altresì presentarsi il caso in cui vi sia la su citata armonia tra le scadenze, ma la gestione ulteriore sia tale da pregiudicare la liquidità esistente.

Affinché si possa garantire la sussistenza della liquidità a breve, è quindi necessario si verifichino altre due condizioni, oltre ad un quoziente di disponibilità e di tesoreria positivo, ovvero:

  • le entrate devono trovarsi in fase con le uscite
  • il movimento della gestione ulteriore non deve intaccare la liquidità preesistente.

Neppure il caso in cui un margine di disponibilità o tesoreria si presenti negativo, è condizione assoluta di illiquidità di gestione; come nel caso precedente, un quoziente di disponibilità negativo specifica come al termine del periodo considerato vi sia illiquidità, ma non dimostra che tale illiquidità sussisteva anche all’interno dello stesso periodo.

Un’illiquidità presente durante l’anno potrebbe essere differita grazie al succedersi favorevole di entrate di uscite; una carenza che dovesse presentarsi a fine anno, eliminabile dagli andamenti delle entrate e delle uscite relative alla gestione ulteriore, quando le prime siano in grado di coprire le seconde in maniera tale da azzerare il deficit di liquidità.

Un margine di liquidità funzionale alla soluzione del problema relativo alla liquidità sarebbe determinabile con la formula seguente, ovvero:

Mliq= (M+Ld+Li) – Pb + (En – Un)

dove

En= entrate ulteriori della gestione del nuovo anno

Un= uscite ulteriori della gestione del nuovo anno

Chi osserva e cerca di valutare il Bilancio dall’esterno, non ha gli strumenti necessari che lascino comprendere se sia possibile recuperare un certo valore di liquidità, essendogli impossibile analizzare i piani di tesoreria e di vendita.

L’indice di disponibilità, in ogni caso, pone in relazione le entrate previste nel breve termine con l’attivo circolante e le uscite previste nel breve termine con il passivo corrente; l’attivo circolante è però rappresentativo solo di parte delle entrate previste nel breve termine, ed il passivo corrente rappresenta solo parte delle uscite previste nel breve. I flussi finanziari dell’esercizio successivo a quello di riferimento, subiscono l’influenza solo parziale del realizzo delle rimanenze e dei crediti e dall’estinzione dei debiti a breve presenti nel bilancio. Da qui la necessità di ampliare la tipologia di visione dell’analisi di liquidità, da statica a dinamica; quest’ultima è possibile tramite le proiezioni finanziarie alla base dei piani di tesoreria.

Può anche accadere che un’ eccedenza delle entrate sulle uscite non provochi ridotta solvibilità quando copribile con l’impiego di affidi bancari inutilizzati.

Da quanto finora enunciato si comprende come i limiti di tali indici siano imputabili a tre diverse situazioni, ovvero:

  • fanno riferimento unicamente ad una gestione di breve periodo, non tenendo in considerazione la distribuzione temporale dei flussi finanziari al suo interno;
  • prescindono dai valori connessi alla gestione ulteriore, sono quindi incompleti
  • non considerano l’elasticità finanziaria che può derivare dalla disponibilità di riserve di liquidità potenziali.

Mentre il primo limite può essere superato attraverso il calcolo di ulteriori indici di bilancio, gli ultimi due richiedono invece strumenti di cui un analista esterno difficilmente può disporre, come un piano di tesoreria o delle informazioni sui rapporti bancari.

L’utilità dell’uso degli indici di disponibilità e di tesoreria è comunque rilevante e non va trascurata, occorre però integrarla attraverso il calcolo degli indici di rotazione del capitale circolante e della durata media del ciclo del circolante e con lo studio dei piani di tesoreria.


nel successivo post, come calcolare la liquidità.


l'Analisi della Liquidità


La liquidità di un’azienda altro non è se non la capacità di adempiere agli impegni finanziari di breve periodo, ovvero di essere solvibile.

La condizione che è necessario si verifichi a tal fine è che

Li + Ebp – Ubp >0

dove

Li – liquidità immediate

Ebp – entrate di breve periodo

Ubp – uscite di breve periodo

Per convenzione il termine del breve periodo è riferito all’orizzonte annuale (12 mesi), quindi la disuguaglianza verifica la sussistenza dell’equilibrio finanziario in riferimento all’intero esercizio successivo. Non è però possibile avere precisa contezza della liquidità dell’azienda facendo riferimento esclusivamente ai dati di bilancio, per tale motivo risulta difficile determinare il corretto valore se l’osservazione è compiuta esternamente. Questi limiti possono essere superati avvalendosi del budget di tesoreria.

Gli strumenti che consentono di analizzare la liquidità sono di due tipi:

  • margini e quozienti che determinano la correlazione tra Impieghi di breve e Fonti di breve;
  • quozienti che consentono di analizzare la concatenazione temporale delle operazioni all’interno dei cicli gestionali correnti (dove per ciclo gestionale si intende l’arco temporale che va dall’acquisizione dei fattori produttivi correnti all’incasso delle vendite ottenute dal relativo impiego). Questa seconda tipologia di indici consente di effettuare analisi anche per periodi intermedi.
si proseguirà più analiticamente nei post successivi.

giovedì 26 giugno 2008

L'Integrazione del Contratto


Il regolamento contrattuale non necessariamente tra fonte unicamente nell’autonomia, bensì anche da fonti esterne, in grado di integrare il regolamento di natura privata, di supplire ad alcune sue lacune o perfino rivestendo il ruolo di contestazione dell’autonomia, quando si sovrappone alla logica privata. Queste situazioni sono riscontrabili all’interno del codice civile, precisamente nell’art.1339 dove trovano disciplina clausole e prezzi imposti dalla legge, nell’art. 1340 il quale prevede le cd clausole d’uso e l’art. 1374, che richiama leggi, usi ed equità.

Accade che le parti, nella loro autonomia contrattuale, regolino esclusivamente gli aspetti essenziali: è questo il caso più diffusa di attività integrativa; le norme in tal caso svolgono funzione suppletiva, colmando le lacune ravvisabili nel regolamento. Questo tipo di integrazione, che generalmente trova applicazione regolando aspetti non essenziali, (per aspetti essenziali sono necessarie previsioni specifiche e il verificarsi di determinate condizioni), trova applicazione, a titolo esemplificativo, nell’art.1510, dove si stabilisce che la consegna della cosa deve avvenire nel luogo dove questa si trovava al momento in cui è avvenuta la vendita, oppure, se le parti ne erano a conoscenza, nel luogo dove il venditore aveva domicilio o presso la sede dell’impresa; nell’art 1498, dove viene disposto che il pagamento debba essere effettuato al momento della consegna e nel luogo dove questa si esegue.

Talvolta il ruolo di tali norme non è semplicemente suppletivo, ma imperativo: le norme vanno a sostituirsi, se specificatamente previsto dalla legge, al regolamento o parti di esso, arricchendolo o modificandolo. Si pensi ad esempio ai prezzi imposti a seguito di una sostituzione automatica della clausola legale a quella patrizia, al fine di realizzare politiche tariffarie legate ad esigenze di natura sociale o fiscale.

L’integrazione può essere realizzata non solo attraverso la legge, ma anche tramite gli usi, come prevede l’art.1374, ma si ritiene quest’ultimo faccia riferimento agli usi di tipo normativo (le consuetudini), mentre l’art.1370 si riferisce agli usi negoziali o contrattuali. Questi ultimi sono pattuizioni accolte in una certa zona con riferimento a determinate tipologie contrattuali. L’uso contrattuale opera sul medesimo piano della volontà dei contraenti, può quindi derogare a norme di legge dispositive prevalere sulle suppletive; l’uso normativo non può invece prevalere sulla legge. Altra differenza la si riscontra l’uso normativo può essere provato con qualunque mezzo ed essere rilevato d’ufficio dal giudice, questo non accade nel caso si tratti di uso contrattuale, perché rilevabile solo in casi specificatamente previsti e con i mezzi per la prova dei contratti. La falsa applicazione o violazione dell’uso normativo può prevedere il sindacato della Corte Costituzionale, non accade per l’uso contrattuale.

L’art.1374, dopo aver fatto riferimento agli usi, enuncia il criterio dell’equità, attribuendo al giudice il potere di intervento sul regolamento contrattuale, solo però per talune fattispecie, difatti, il giudice non ha potere di correzione del contratto e di regolazione degli effetti, perché la valutazione in merito a tali aspetti è rimessa quasi in toto alle parti. L’equità integrativa ha funzione sussidiaria e solo su aspetti del contratto che non siano stati né regolati dalle parti né stabiliti dalla legge.

Problematico comprendere se la buona fede abbia o meno funzione integrativa. L’art. 1374 difatti si conclude richiamando l’equità e la buona fede, e l’art.1375 integra l’art. 1374. L’effetto di integrazione della buona fede è ravvisabile nel momento esecutivo del rapporto, tramite l’individuazione di quegli obblighi il cui fine è la tutela dell’interesse della controparte, fin quando questo non comporti un considerevole sacrificio del proprio interesse. La buona fede fa sì che le parti non possano trovare giustificazione della propria condotta nell’attuazione letterale del contratto.



Art. 1370 Interpretazione contro l'autore della clausola


Le clausole inserite nelle condizioni generali di contratto (1341) o in moduli o formulari (1342) predisposti da uno dei contraenti s'interpretano, nel dubbio, a favore dell'altro.


Art. 1374 Integrazione del contratto


Il contratto obbliga le parti non solo a quanto e nel medesimo espresso, ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo la legge, o, in mancanza, secondo gli usi e l'equità.

Art. 1375 Esecuzione di buona fede


Il contratto deve essere eseguito secondo buona fede (1337,1358,1366, 1460).